da La Nuova Sardegna del 1 Marzo 2012

NARBOLIA. Le reazioni non potevano che arrivare in tempi brevi. I primi contestatori del progetto per la realizzazione dell’impianto fotovoltaico immaginato dalla Enervitabio sono i cittadini che subito hanno dato vita al comitato “S’Arrieddu per Narbolia“, presieduto da Nello Schirru che ha pagato le sue azioni di disturbo con una condanna a tre mesi di reclusione. Poi ci sono tutti quelli che animano la pagina Facebook “No al furtovoltaico a Narbolia”. Oltre 400 iscritti che dibattono e dialogano sulle pagine del social network fornendo pareri, numeri e linee d’azione da seguire per evitare che le campagne di Narbolia vengano compromesse dal progetto delle serre fotovoltaiche.

A dare man forte al popolo di Facebook e a quello schierato sul campo dietro le insegne del comitato spontaneo sono arrivati anche gli attivisti di Italia Nostra e i componenti del gruppo Progetu Republica Aristanis, attivo all’interno del consiglio provinciale di Oristano. «Ci chiediamo questo possa realmente rappresentare la vera alternativa di sviluppo per il territorio, considerando che la Sardegna è da anni autosufficiente a livello di produzione di energia elettrica e, anzi, bilancia un surplus che gli elettrodotti attuali non riescono a smaltire», ha comunicato Sebastian Madau, rappresentante del gruppo consiliare, «inoltre vorremmo sapere se e in che modo sia prevista la reale ricaduta economica sulla comunità, quali siano le garanzie occupazionali e le royalties previste a favore del territorio e, infine, come la società intenda provvedere alla rimozione e allo smaltimento degli impianti una volta compiuto il ciclo produttivo o cessata l’attività».

Anche Italia Nostra ha presentato un’istanza di accesso agli atti e ha richiesto spiegazioni alle istituzioni: «Un impianto di questo tipo crea un’ alterazione del microsistema ecologico e fenomeni che possono risultare amplificati dall’agrofotovoltaico – scrivono in un documento gli ambientalisti -. Parliamo di campi elettromagnetici che potrebbero interferire con il processo di produzione agricola destinata all’alimentazione. Senza considerare la potenziale contaminazione dell’ambiente dovuta al cadmio e ad altre sostanze tossiche presenti nei pannelli fotovoltaici».